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Huawei, la percezione della sicurezza e come la usa l’imbound marketing.

huawei sicurezza

Tutto è iniziato con l’inclusione di Huawei, da parte del Governo Trump, nella così detta entity list, cioè nella lista delle aziende pericolose per la sicurezza nazionale anche se lo stop del governo americano non è altro che l’inizio di una guerra commerciale.

Importare in Cina non è come importare in America e due pesi e due misure non piacciono certo a Donald.

La conseguenza del blocco dei rapporti con Google e il suo sistema operativo hanno portato un tracollo delle vendite dei telefonini del colosso cinese in tutto l’occidente in poco meno di una decina di giorni.

E’ di ieri un’analisi de “Il foglio” che calcola la diminuzione di vendite di smartphones Huawei del 65%.

In realtà gli attuali telefoni Huawei ed Honor continuano a funzionare tranquillamente e a ricevere i patch di sicurezza Android. La stessa garanzia è riservata ai modelli che l’azienda ha già in commercio.

Huawei, nel frattempo, sta lavorando a un nuovo sistema operativo del tutto compatibile con le app Android e chissà …a uno store non potendo usare, per ora, Google Play.

Insomma, un po’ di caos c’è ma reali pericoli per gli utilizzatori non ce ne sono, eppure i telefoni Huawei non li compra più nessuno.

Come mai?

La psicologia della comunicazione sulla percezione della sicurezza

Il fatto è che esiste una  psicologia della comunicazione sulla percezione della sicurezza.

E’ un concetto che viene spesso utlizzato per  gli studi criminogici ma che è applicabile anche al marketing: c’è un divario tra ciò che è sicuro e ciò che viene percepito come sicuro.

L’idea venne formulata nel  nel 1982 da un sociologo e da un criminologo americani James Q. Wilson e dal  George L. Kelling che giunsero alla conclusione che la polizia locale non poteva garantire la sicurezza nelle strade se si limitava a perseguire i crimini, si doveva  fare in modo che fosse la comunità stessa a considerare ordinato e rassicurante l’ambiene circostante.

Un concetto un poco classista ma realista, è indubbio che “percezione del pericolo” e “esperienza del pericolo” siano due cose diverse.

Il bisogno di sicurezza è un bisogno umano primario, in cima alla piramide di Maslow, uno dei primi che deve essere soddisfatto, e il marketing lo sa bene, ecco perchè è una leva psicologica centrale alla base dell’ideazione del cosiddetto Imboud marketing in internet negli ultimi anni.

Ma cosa c’entra ‘sto imbound marketing?

L’Imbound Marketing è un processo che tende a veicolare un’audience verso un percorso per trasformare una persona  in cliente.

L’idea è di attrarre un pubblico offrendogli del valore attraverso contenuti che possa trovare utili, creando progressivamente un clima di reciproco riconoscimento affinchè il potenziale cliente, quando sarà disponibile all’acquisto, scelga l’azienda o il professionista con cui ha già instaurato un rapporto.

Un buona parte del social media marketing è impostato su questa tecnica che mira a “far scoprire l’azienda” da parte dei potenziali clienti costruendo, oltre che valore, una fiducia: “Quello che fai mi è utile, è interessante, vedo che lo fai bene, mi piacciono i valori che trasmetti, ti stimo, mi trovo, ti riconosco, quindi ok, compro da te”.

La fiducia è il prerequistito dell’acquisto, l’imbound non fa altro che progressivamente svilupparla in un concetto di conoscenza per cui è il consumatore stesso che testa l’affidabilità e il valore della proposta.

Internet lo ha capito subito, senza fiducia non vendi, se hai paura che quel prodotto non funzioni difficilmente lo comprerai, se temi che quel professionista sia incapace non ti affiderai a lui e ha ideato un sistema per comunicare creando progressivamente dei rapporti.

Non so cosa servirà ad Huawei per riconquistare fette di mercato, certamente ha esperti di comunicazione stanno già studiando idee e campagne, ma è certo che oltre a risolvere problemi tecnici il colosso Cinese dovrà puntarci parecchio per ricostruire il suo marcato.